Feder: «A Rogoredo sempre più giovanissimi, per loro il bosco è un rito»

26 Ott 2026 - News

Feder: «A Rogoredo sempre più giovanissimi, per loro il bosco è un rito»

L’INTERVISTA di ZITA DAZZI

Il bosco di Rogoredo è un grande supermercato a cielo aperto. Si trova di tutto: cocaina, eroina, crack. Non ancora il fentanyl, micidiale oppioide sintetico che sta facendo strage oltreoceano. Ed è questo punto che spaventa persino uno abituato come Simone Feder, educatore e psicologo, coordinatore dell’area giovani e dipendenze della comunità “Casa del Giovane di Pavia”. Lui nella più grande piazza di spaccio a Milano ci sta dal 2017, occupandosi di centinaia di consumatori abituali, o casuali, tossici di lungo corso, giovani che scelgono quest’inferno come prima tappa nella fuga da casa. «Per ora il fentanyl non è arrivato. Ma arriverà. Sicuramente c’è da analizzare sempre di più le sostanze, dobbiamo intercettarlo che prima che arrivi, perché altrimenti sarà un disastro. Sono molto preoccupato».

Feder il 28 esce il suo nuovo libro, “Nel bosco di Rogoredo. Storia di giovani e droga, resistenza e umanità” (Zolfo editore). «Parto da una panoramica sulla storia della droga in Italia e arrivo al bosco. Non si compra più la dose in certi palazzi di certi quartieri. Adesso c’è Rogoredo, con le sue mutazioni. Da mille presenze, adesso siamo scesi a qualche centinaio, perché è estate. Ma sono tanti lo stesso. Basta vedere i numeri delle retate».

Lei ha mai visto l’agente Cinturrino, in carcere con accuse pesantissime, dall’omicidio di uno spacciatore all’estorsione ai danni di vari pusher?

«Non l’ho mai incontrato, anche se le forze dell’ordine le incontriamo spesso. Di lui mi hanno parlato i giovani del bosco quando ha sparato a Mansouri. C’è un’indagine della magistratura ed effettivamente emergono tanti aneddoti inquietanti, che andranno verificati. Credo sia stato un caso isolato. Non è quello il comportamento normale delle forze dell’ordine. E adesso è cambiato tutto il commissariato».

Voi volontari che siete ogni settimana a presidiare il bosco e ad aiutare chi ha bisogno, che rapporti avete con polizia, carabinieri e le altre istituzioni presenti?

«Un rapporto buono. Anche con la polizia locale e il municipio, che garantiscono un presidio di prossimità sul territorio. Quando alcuni genitori vengono a cercare le figlie e i figli, sono di grande aiuto. Due giorni fa abbiamo trovato due 15enni che si erano allontanati da casa. Se portiamo a casa qualche risultato è anche grazie a questa sinergia: siamo protetti quando ci sono situazioni di rischio».

Oggi com’è la situazione a Rogoredo?

«Il degrado è in aumento. Il bosco è sempre popolato e stiamo intercettando più giovanissimi che in passato. Noi volontari siamo in strada per ascoltare, sostenere e cercare di prevenire l’ingresso ai più fragili. In questi giorni abbiamo fatto una catena umana per impedire a due ragazzini di entrare. Li abbiamo scortati via. Una famiglia mi ha chiesto aiuto per trovare la figlia di 16 anni: l’abbiamo intercettata. Ma purtroppo per gli adolescenti venire a Rogoredo è un rito iniziatico, è “figo”».

Cosa si spaccia?

«La bianca, cioè la cocaina, 45-50 euro al grammo. La nera, cioè l’eroina, a 20 euro; l’anno scorso era a 12 euro. E poi tanto crack. Pericolosissimo perché in poco tempo crea dipendenza. Non voglio pensare a che cosa succederà se e quando arriverà il fentanyl. Ci stiamo confrontando con gli esperti canadesi e americani, perché da loro sono già nei guai seri. Sarebbe un’ecatombe anche da noi se arrivasse».

Chi sono gli spacciatori?

«Quasi tutti stranieri, magrebini in genere. Le sentinelle a volte sono italiane. Ma non è questione di nazionalità. Il problema è trasversale, non risparmia nessuno. Abbiamo avuto anche ragazze incinte. Una anni fa quasi partorì in tenda, altre le abbiamo portate in clinica in extremis. Con Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Arca, stiamo facendo un grande lavoro, dal punto di vista sociale. Ogni giorno capisci che l’essere lì serve a prevenire le situazioni limite».

Che cosa si potrebbe fare per alleggerire la situazione?

«Come scrivo nel libro, dobbiamo cambiare paradigma perché sono cambiate le droghe. Dobbiamo cambiare anche noi, dobbiamo uscire e dobbiamo andare a prendere questi ragazzi perché se li lasci soli con tutta questa droga, nel giro di un attimo non li tiri fuori più. Loro faticano ad arrivare ai servizi e allora l’essere in questi posti è fondamentale. Il modello della prossimità è l’unico che vince in questa situazione. Oggi ho portato la sedia a rotelle a uno che non riesce a camminare, consegniamo cibo. Siamo carenti sul fronte sanitario».

Ci sono tante storie nel libro.

«Racconto i drammi di chi è morto sui binari o di overdose. Ma anche la speranza: qualcuno che ho aiutato a entrare in comunità, oggi si è inserito nel lavoro. Ma c’è tanta gente disperata e dimenticata da tutti. In una Milano che va a tremila non si può pensare solo a spazzar via il disagio. Dobbiamo agire, ma la logica della sicurezza non basta. Ci vogliono attenzione, ascolto, interventi sociali e sanitari in rete. Se la gente sta male e si fa, non l’ha scelto. E più ci stai dentro, più capisci queste cose».

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